Casa di Deborah chiusa, si apre, riconvertendosi alla città

min casa di deborah 05

 

Questa emergenza ha comportato, inevitabilmente, la chiusura della Casa di Deborah. Con profondo dispiacere abbiamo dovuto salutare i ragazzi ed i volontari senza sapere quando ci rivedremo.

Abbiamo annullato il convegno, il concerto, le serate di cucina, il tè del venerdì, le nostre pranzate, abbiamo chiuso le finestre ed anche il pianoforte di Giorgio, appena arrivato, è rimasto muto.

Abbiamo sentito il disagio, le paure, le fatiche di chi già nella vita le affrontava quotidianamente e che aveva trovato nella Casa un luogo in cui “stare bene”. 

Così ci siamo chiesti come l’Associazione possa stare accanto alle sue famiglie, ai ragazzi, alla città in questo momento.

Di cosa c’è bisogno, oggi? Bisogna riconvertirsi, almeno per un po’, e fare di necessità virtù: dobbiamo fare con quello che abbiamo, quello che possiamo, attivando le nostre risorse.

Ciò che sta accadendo ci ha portato ad alcune riflessioni su quello che sarà o che forse è già: “l’esito psichico” di questa epidemia.

Pochi parlano di come questo evento impatterà nei nostri mondi interni. A parte micro-interventi di natura pedagogica per gestire i bambini a casa, pochi si interrogano sul sentire più profondo.

Siamo di fronte, non solo a nostro parere, alla possibilità di un’emergenza collettiva di sindrome post-traumatica da stress acuta ed, in futuro, a sindrome post-traumatica da stress cronico.

Non siamo preparati.

Medici e infermieri tenuti su dall’adrenalina da stress, probabilmente, non si consentono il dolore, la fatica e l’angoscia ma fino a quando? Ogni giorno, facciamo i conti con un bollettino di guerra, con quella che un collega ha definito “infodemia”: trasmissioni, notiziari, telegiornali… Si parla solo di coronavirus… tutto il resto sembra essere scomparso. A ciò si aggiunge che non si sa quando finirà, ognuno può essere l’untore di qualcun altro…

 

Domande, tante affollano la nostra mente.

Come si sono sentiti medici, infermieri e il personale sanitario tutto ad accompagnare quelli che morivano senza nessuno?

Come si sentono i parenti che hanno perso qualcuno senza poterlo salutare?

Ci chiediamo, ancora e ancora, come si sentiranno i vivi rispetto ai morti.

 

Questa cosa:

non è una guerra,

non è un attentato terroristico,

non è un terremoto.

Non ha una fine, sembra,

e non c’è un posto dove andare per mettersi “al riparo”. 

 

Non possiamo pensare solo di contenere la diffusione del virus dobbiamo fare i conti con la malattia e con le sue ricadute, non solo economiche.

Ai terapeuti, e non solo, il compito di sostenere, a maggior ragione, chi ha bisogno.

Gli strumenti che oggi ognuno di noi può mettere in campo sono quelli che passano per “prendersi cura di…” e del “fare rete con…”: prendersi cura di sé stessi, dei propri familiari, del vicino di casa o anche dello sconosciuto; fare rete con parenti, amici, aziende, con le realtà del territorio, con le città...mettendosi a disposizione, rispettando le indicazioni, anche, semplicemente, essendoci…

La consapevolezza che momenti eccezionali necessitano di risposte non ordinarie, ha portato Famiglie per la Famiglia ad aprire, virtualmente, le porte per Supporti Psicologici Gratuiti.

Intimamente legato alla missione con cui siamo nati è il desiderio di mettersi a disposizione del soggetto più debole di ogni nucleo familiare (può essere l’adolescente, come il genitore o l’anziano a seconda dei casi); il servizio di ascolto a distanza permetterà di “tamponare” alcune delle situazioni di disagio che l’emergenza Covid-19 sta contribuendo a far affiorare o, talvolta, esasperare.

 

In fase iniziale, la dott.ssa Vellone metterà a disposizione il tempo dell’Associazione ogni pomeriggio feriale, dalle 15 alle 19 circa; tuttavia, non è escluso che il servizio sarà rafforzato grazie all’adesione di altri professionisti della salute mentale, tenuto anche conto del fatto che ci sarà molto lavoro da fare anche nei mesi post-emergenza, quando potranno affiorare vere e proprie situazioni di stress post-traumatico, principalmente nei nuclei familiari degli operatori sanitari, oggi in prima linea per combattere questa pandemia.

 

“…la post apocalisse ha il volto di un padre ed un figlio...fra le vestigia di un mondo svuotato ...restano i cristalli purissimi del sentimento che lega padre e figlio e delle relazioni che i due intessono fra loro e gli altri.

Resta dell’altro, un residuo via via più cospicuo in mezzo al niente circostante: resta un bambino che porta il fuoco ed un uomo che lo protegge dalle intemperie del mondo semimorto con implacabile amore... resta un'affettuosa quotidianità che consola e scalda il cuore."

In un mondo ridotto a cenere trascinano con sé, sulla strada, tutto ciò che nel nuovo equilibrio ha valore: un po' di cibo, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia … E poi il bene più prezioso: sé stessi ed il loro reciproco amore. " ce la caveremo, vero, papà?

Sì. Ce la caveremo. E non ci succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Sì. Perché noi portiamo il fuoco."

 (Strada di C. McCarthy)

 

Insieme ce la faremo,

Buona vita

Giuseppina Vellone